I fessi e le fesserie
Se ne dicono tante. Ma il peggio è quando si fanno. Fesserie: grosse sciocchezze, inezie. Con la grande differenza che quelle dette non hanno alcun valore; quelle fatte possono incidere, spostare, determinare.
Non è un termine rigoroso, istituzionale, è lontano da ogni forma giornalistica accettabile.
Però rende l'idea. Questo primo terzo di campionato inconcludente, insipido, a tratti fallace del Palermo trova tante motivazioni nelle fesserie: quelle già fatte, quelle che si continuano a fare.
CALCIOMERCATO
Non è una fissazione. Non abbiamo la testa sempre là. Epperò, se dopo 13 partite l'apporto reale dei nuovi acquisti – e di chi si è deciso di trattenere – si riduce al discreto Nikolaou e qualche sprazzo di Verre, delle domande dobbiamo farle. Anzi farcele, dal momento che qui, da tre anni, ce la cantiamo e ce la suoniamo (fra poco ci arriviamo).
L'acquisto più oneroso, non solo del Palermo, ma di tutta l'estate cadetta sembra un pesce fuor d'acqua. Prima sul centrodestra, poi sul centrosinistra, ora al centro. Trasformismo calcistico: quando il campo diventa Parlamento. D'altronde, pensare che un giocatore arrivato dalla Bretagna il 30 di agosto possa determinare in fretta è esercizio ingenuo. Ma siamo a novembre. E se il valore dei cartellini conta qualcosa, sarebbe anche ora di dimostrarlo. E poi? Un altro francese, giovanissimo e mica gratis, che si stropiccia gli occhi nella speranza di trovare, nascosto da qualche parte, più di qualche minuto a partita da afferrare. E un altro francese, ultimamente panchinato dal primo francese, che a sua volta aveva panchinato l'italobrasiliano. Sembra una barzelletta, ma senza napoletani e tedeschi.
Ancora.
Niccolò Pierozzi: pochi minuti perché non è stato bene e quando sta bene pochi minuti anche se Diakité non gioca bene. Bene.
Rayyan Baniya: forte, mastodontico, rapido. Quando è disponibile.
Peda: wanted. Lucioni: wanted. Buttaro: wanted. Saric: wanted. Un western senza cowboy.
LEADERSHIP, O DEGLI ATTRIBUTI
In un frame del bel docufilm su Dazn, Palermo Sunrise, tutta la mentalità che manca a questa squadra: stadio Renzo Barbera, Palermo-Catania, formazioni appena uscite dal tunnel e Fabrizio Miccoli, capitano, in testa al gruppo, gagliardetto in mano, già indemoniato dà la carica ai suoi compagni. Non c'era ancora il pallone in campo: quando si dice che le partite si vincono negli spogliatoi. Qui siamo lontani anni luce. Testa bassa e non per pedalare. Mordere le caviglie? Più che altro un pizzicotto. La carica? Dell'iphone. Il carattere? Comic sans. L'intermittenza deriva da qui. Non si trascina e non ci si lascia trascinare. Sembra la luce delle scale dei palazzi: a un certo punto si spegne e non c'è nessuno che nel buio trovi il pulsante per riaccenderla. Alla fine inciampi e rischi di farti molto male.
EQUIVOCI TATTICI. E TECNICI
Se solo fosse il modulo il vero problema. Tu pensa quanto deve essere cieco, incompetente, testardo l'allenatore per non aver ancora capito. E dire che è sotto gli occhi di noi tutti. Che non veniamo da Coverciano, non dirigiamo né partecipiamo agli allenamenti, ma ne sappiamo di più. Come se spostando le pedine, eliminando gli esterni, utilizzando il trequartista, le enormi occasioni da gol sprecate sarebbero invece andate a buon fine. Di palloni da scaraventare in porta ne hanno fatto pranzo della domenica tutti: Brunori, Henry, Insigne, Di Francesco, Insigne, Ranocchia, Insigne. E tutti sono arrivati a due metri dal portiere giocando dentro questo tremendo modulo così inefficace. Forse più che di tattica dovremmo discutere di tecnica. E di lucidità, freddezza e ancora una volta mentalità: quelle caratteristiche che ogni giocatore dovrebbe avere per prendere sempre, quasi sempre, spesso la scelta giusta. E di lettura: quella delle partite, dei secondi tempi, delle sostituzioni che arrivano tardi come un treno regionale.
Parentesi noiosa: con i tre davanti, per XG il Palermo è dietro soltanto alle prime tre. Is the magic number.
AUTOCENSURA
Puntuale come da due anni e mezzo a questa parte è arrivato quel momento della crisi in cui tutto fa polemica. Per esempio, l'allenatore che dice apertamente che se il capitano non gioca è perché c'è chi si allena meglio e in settimana spinge di più. E viene da pensare che, allora, il capitano è svogliato, non dà il 100%, non fa di tutto per riprendersi la maglia. Al quale legittimo sospetto segue che magari “qua non ci vuole più stare - capitolo II”.
Oppure la ripresa degli allenamenti dopo tre giorni di riposo, mentre il tuo prossimo avversario va in ritiro a prendere metaforiche cinghiate. E viene da pensare che, allora, la società è proprio insensibile alla rabbia dei tifosi, che la squadra arranca ma riceve una vacanza premio, che c'è disinteresse e ambizioni dimezzate.
Siamo certamente poco british e molto italiani mentre pensiamo che una dichiarazione da parte di un esponente della società potrebbe gettare un po' d'acqua sul fuoco. Magari qualcuno che spieghi sinteticamente che dal 20 ottobre il Palermo non si è mai fermato, che i giocatori si allenavano ininterrottamente da venti giorni, con quattro partite in mezzo, che la ripresa degli allenamenti il mercoledì non è una scelta o un premio, ma la giusta, scientifica gestione dei carichi di lavoro.
Una dichiarazione che abbassi i toni su Matteo Brunori, che rassicuri la piazza sul fatto che non c'è nessun caso, che il capitano è carico, non vuole andare da nessuna parte, che tornerà presto al centro del progetto. O che, al contrario, dia un seguito a quelle parole forti dell'allenatore.
Sconforto, rabbia, delusione, fischi. Tutto è in fiamme e tu ti accendi una sigaretta.
ASPETTATIVE
E qui arriviamo alla fesseria finale, forse la più grave, di cui anche noi in questa redazione siamo artefici e portatori sani. Ci aspettavamo tanto di più. E abbiamo espresso questo sentimento con ogni mezzo a nostra disposizione. Abbiamo interpretato ciò che era solo potenziale come un fatto. Un allenatore giovane, brillante, con una promozione e una permanenza in Serie A nel cv; una considerevole cifra investita sul mercato estivo; una eco che da qualche parte, al Barbera, risuona ancora “voi lo volete? Noi lo vogliamo”; un tempo, infine, considerato maturo per fare il salto. Abbiamo insomma alzato l'asticella: è ciò che fa fare l'ambizione. Oggi riportiamo i piedi per terra, braccia conserte ed occhi sgranati osservando l'attesa di un risveglio. Perché alla fine delle fesserie, i fessi siamo noi.
Manuel Mannino