Totò Schillaci spiegato alla generazione Z

Totò Schillaci spiegato alla generazione Z

Spiegare Totò Schillaci a chi è nato poco prima, durante o dopo Italia '90 non è facile. 

Alla fine un po' tutti avevamo quel papà, quel fratello, quello zio che non appena giungeva l'età giusta per rincorrere un pallone e guardare le partite con ciò che gli occhi di un bambino potevano capire diceva: "Mamà quel Mondiale...". Rigorosamente così. Sostituite "mamà" con un epiteto più o meno colorito in base ai racconti del tempo.

Perché se non si ha avuto il piacere e l'emozione di vivere quel Mondiale movimentato, con gli occhi spiritati di Schillaci ad ogni gol siglato come a vivere un sogno ad occhi aperti, lui che era finito titolare quasi per caso partendo come riserva di Andrea Carnevale, forse non si può concretamente arrivare a capire la grandezza del giocatore in quel preciso momento storico. Eppure è facile, molto facile, ricordare quella rassegna iridata e parlare di un Totò che fu penna di un romanzo che inizia e ha uno svolgimento molto bello, ma che poi si rovina nel finale. Perché il plot twist della sfida all’Argentina ha riportato l’Italia sulla terra, rendendo un po’ più amara la bellezza di quel Mondiale.

Ma Totò Schillaci non era soltanto l'uomo di Italia '90, fu anche uomo da 15 gol alla Juventus nella stagione del suo approdo in bianconero, e soprattutto uomo che non si nascose mai dietro ad un velo di ipocrisia. Si prese giustamente le responsabilità di ciò che disse a Fabio Poli dopo la sfida di Bologna, ammise candidamente di aver sbagliato nella lite con Roberto Baggio - poi rimasto un suo caro amico - e non si nascose nell'affermare che il suo addio alla Juventus fosse a suo dire facilitato dal fatto che la dirigenza torinese non vedesse di buon grado la separazione del tempo con la consorte di allora, in quello che fu uno dei casi di cronaca rosa più discussi del tempo.

Ma Totò Schillaci fu soprattutto, calcisticamente parlando, un innamorato della maglia rosanero: tornando al passato infantile di ogni figlio di Palermo, alzi la mano chi non ha mai sentito la storia di un calciatore che due volte fu vicino a vestire la maglia della sua città, prima quando l'AMAT Palermo per soli 7 milioni di lire in più cedette lui e Carmelo Mancuso al Messina, e poi quando - come ricordato recentemente dal giornalista Carlo Brandaleone a Dieci Media - provò a proporsi nuovamente all'ombra del Barbera anche con un eventuale contratto a gettone agli albori degli anni 2000. Fu un nulla di fatto, in ambedue i casi. Ma il destino nei suoi giri sa sempre regalare una malinconica consolazione, come quando alla partita inaugurale del nuovo Palermo (rinato dalle ceneri dell'era Zamparini) fu chiamato a scendere in campo assieme alle vecchie glorie del club. Figlio di Palermo, figlio del Palermo, di una città di cui incarnava pregi e difetti come quasi tutti i figli di questa terra: perché se ad ogni encomio funebre si assiste spesso a celebrazioni che vanno anche oltre alle qualità morali del defunto, nel caso di Totò l'unanime ricordo è stato: gran calciatore e uomo di cuore. 

Lo stesso cuore che Palermo e i suoi cittadini hanno visto sussultare alla notizia dell'aggravarsi delle sue condizioni, e che da ieri piange l'icona di un tempo che probabilmente li riporta a ricordi felici di quell'estate italiana.