La gioia di essere rosanero
In una foto l'essenza perfetta di amore per la maglia e senso di appartenenza. Un esempio da seguire.
Un amico di tutti i cuori rosanero mi ha regalato una vecchia foto in bianco e nero. E’' ritratto accanto a un galantuomo con cui condivide un amore struggente e disperato. Quello che ci lega tutti a una squadra che non ha mai vinto nulla di importante e che probabilmente, continuando così il calcio, mai nulla d’'importante vincerà. Nei loro sguardi la felicità per un pareggio agguantato in extremis contro l’'Hellas Verona all’'esordio in una Coppa Italia che, per la seconda e non ultima volta, ci regalerà illusioni e infine delusioni. Il gol è del libero Silipo, che di nome fa Fausto. Come fausti sono gli occhi di quei due innamorati.
Il primo, il più anziano, è un Presidente che ama i colori rosanero al punto di rischiare il patrimonio di famiglia. Lui, che in guerra era stato prigioniero dei Tedeschi e che aveva conosciuto il valore di un pezzo di pane e formaggio, tanto da serbare eterna gratitudine agli umili pastori di Porciano che l’'avevano sfamato con generosità. Un Presidente che non manca mai allo stadio, dove spesso siede sul muretto a bordo campo. Perché lui è per davvero il primo dei tifosi. Lui sa quel che dice quando afferma che quei ragazzi sono come suoi figli. Infatti, quando se ne andrà, tanti di loro piangeranno lacrime sincere di dolore e gratitudine. Tra costoro c’'è quell’'altro che sorride nella foto. E'’ suo l’'assist decisivo all’'amico Fausto venuto con lui dal Genoa. Sarà suo il rimpianto più grande per la Coppa delle beffe. Sarà capitano, bandiera e allenatore. E un giorno creerà dal nulla una squadra i cui elementi non rappresentano le nazioni della defunta Jugoslavia, ma quartieri della città di Palermo. Non Slovenia, Croazia e Macedonia, ma Pallavicino, Arenella e Borgo Vecchio.
Io non so come finirà questo campionato e, se devo dirla tutta, mi atterrisce di più il successivo. Non mi m’'interessa se i rossoneri che incontreremo saranno quelli del Lanciano e i nerazzurri quelli del Latina. Perché io vado allo stadio per il Palermo. Ma lasciatemi sperare di tornare a leggere negli occhi di chi, in campo o in un ufficio, porta i miei stessi colori, emozioni quanto meno simili, se non proprio uguali, alle mie. La rabbia per una sconfitta, il sorriso di gioia per una vittoria o un pericolo scampato. Da anni al Palermo non riesco a percepire più né questo né quella. Ed è questo il mio timore più grande per il presente e per il futuro.
Redazione