L'Europeo sessantottino. Un calcio oltre le individualità

L'esperienza del passato e un pizzico di fortuna per ricominciare. Come il lancio di una monetina...

L'Europeo sessantottino. Un calcio oltre le individualità

 

Uno psicodramma al contrario. Un incontro a due o a più, uno scambio di sguardi, l’invertirsi di posto, il passaggio reciproco di emozioni e la forza di un gruppo raccolto in un’unità armonica in una dimensione olistica; tutti elementi che oggi adagiano nell’oblio. La nazionale italiana di calcio tra meno di un mese non sarà presente ai mondiali in Russia: una tragedia sportiva che rappresenta un punto di cesura rispetto ad una storia passata gloriosa perché consta non solo di grandi vittorie, ma anche di “nobili sconfitte” (il terzo posto nel ’90 e il secondo nel ’94). Certo tra le novelle del 2010 e del 2014 gli azzurri sono usciti appena al primo turno, ma nell’ovvio era alquanto difficile arrivare a pensare che nell’acme di questo trend, non sarebbero riusciti quattro anni dopo a non qualificarsi ai mondiali. 

 

In quella sera del match decisivo contro la Svezia le luci si sono allontanate da San Siro e hanno abbagliato solo Stoccolma. Lo stato di abnegazione che si è visto in campo da parte dell’Italia non è andato oltre i limiti della fisica: tante le individualità ma troppo basso il livello di un “gruppo” come caratteristica fondante della nostra nazionale nei “secoli”. In testa forse per arrivare c’erano solo le copertine patinate e l’estetica dannunziana a farne da principi ispiratori – segno anche di un “cattivo maestro” incapace di portare tutti coi piedi per terra e di ridare ardore e vigore ad una collettività. Chissà se adesso ci riuscirà il nuovo ct Roberto Mancini che da ex tecnico della Fiorentina dovrà effettuare il passaggio opposto dalla modernità al rinascimento.
 

“Voglio prima riportare l’Italia sul tetto d’Europa”. Accanto ai mondiali, si erge la competizione negli ultimi anni più “Brexit” l’Europeo. Sulla scia delle sorprese, il Portogallo attualmente detiene il titolo a discapito della Francia e del motto “Je suis l'éternité” coi galli che avevano organizzato prima della finale marchette e pulmini, in vista del 2020 l’Italia potrebbe (qualificazione permettendo) sostituire alla “tav”, i sogni di rimettere in bacheca un trofeo che manca dal 1968, tra l’altro bisogna anche ottenebrare il record di non qualificazioni che sono ben quattro, l’ultima nel ’92. Insomma anche qui necessita una ricostruzione in linea di continuità con la prestazione sfoggiata nel 2012 e che permise all’Italia di piazzarsi al secondo posto. Tuttavia la triade di carne, spirito e anima non va ereditata solo da Conte, ma anche e soprattutto da quella nazionale “sessantottina”.

 

Fuori il vento della contestazione. Italia-Jugoslavia si gioca sul filo dei nervi con un’opinione pubblica spaccata. Gli operai e gli studenti che protestano per ragioni diverse: intellettuali e architetti che sperano in un cambiamento sociale, culturale ed economico – i secondi che immaginano cornici paesaggistiche diverse al cemento delle città, lavoratori che aspirano ad un miglioramento – condizione essenziale per la propaganda di una subcultura politica. Altri che pedissequamente ripongo nel calcio la panacea di tutti i mali. I tre leader nazionali Riva, Mazzola e Anastasi hanno il compito di indicare la strada del rinnovamento, un’intuizione di mister Ferruccio Valcareggi che all’ultima partita dell’europeo a Roma ha il coraggio di riporre fiducia sul nuovo, schierando i tre poli dell’essere e sperando che diventino l’uno platonico. E così accade. L’Italia vince per due reti a zero grazie ai goal di Rombo di Tuono e del Pelé bianco.

 

Quella nazionale in quell’anno aveva fatto conoscere al mondo l’eterna contraddizione di una duplicità di aspetti che contrassegnavano il paese: da un lato la bandiera rossa segno e simbolo di un partito comunista, come quello italiano, più influente d’Europa e capace di diffondere il proprio raggio ideale tra i più giovani, dall’altro la bandiera di amor di patria che in quella sera da mezz’asta per com’era fu issata sul tetto del vecchio continente. Oggi quei valori di unità sono stati dimenticati ed è tempo che la nazionale e di riflesso tutto il resto prendano spunto da quel passato. Certo, per farlo, forse, occorrerà un po’ di fortuna, molto diversa da quella avuta dagli azzurri in semifinale proprio contro l’URSS in quell’anno quando sullo 0 a 0 non essendo previsti i calci di rigore, l'arbitro convocò i capitani delle due squadre negli spogliatoi e con il lancio di una monetina da cento lire si decise la prima finalista.