Problemi in attacco? Ci pensa Belotti
Ciò che è e ciò che è stato. Sono questi i confini decretati tra presente e passato, tra il riverbero della luce su una città sbiadita e il fulgore di una notte funestata di stelle. Nel crogiolo di un tempo presente vissuto come un limite, lo spazio restringe la propria prospettiva: ci si allontana troppo dal ricordo, da un gesto o da una parola, che eppure alle convenzioni avevano sovrapposto una creatività estemporanea. Nel bel mezzo di un conflitto generazionale si direbbe che i padri si sono comportati come i figli: rivoluzionari, temerari e con gli scarpin attaccati ai chiodi. Si, oggi le cose vanno un po' diversamente, anche troppo, ma basta la passione e l'agonismo di un singolo per rompere le asimmetrie, per spingere dolcemente nell'incontro una generazione verso l'altra. Il novantesimo minuto di Andrea Belotti si staglia in quell'infinito tracciato da Renato Cesarini. Vita, destino, possibilità o semplicemente istinto di sopravvivenza. Nei contorni di ogni storia c'è uno scatto diverso che muove all'azione, un ozio di coscienza che ripercorre le tappe di ogni singolo passo per poi meditare su un riscatto sociale o personale. I vissuti sono diversi, i ruoli pure se pensiamo che Belotti è il tecnico degli ultimi tre minuti, quello che entra a partita in corso, mentre per Cesarini e qualche altro al giorno d'oggi si tratta di tutti quanti i minuti. Praticamente una vita nella vita. Ma l'intensità di emozioni che ancora il calcio sa dare rende vano ogni tentativo di sabotare la magia. Belotti ha firmato così le sue dieci reti al Torino, stessa cifra raggiunta nel suo primo anno a Palermo nella stagione 2013/2014. Nell'ultima partita in rosanero poi, aveva segnato ancora alla fine, al '94 contro la Roma. Proprio vero che quella razza di prima punta pare dunque non si stia estinguendo, o quantomeno non ancora come diceva Gaber. Se c'è un gallo che canta al crepuscolo, la tradizione non può che portare ancora nuovi auspici.
Redazione