Fabiò Grossò
Per chi è nato negli anni ‘60 l’apotesi arrivò in un altro giorno di luglio, l’11: Italia-Germania Ovest 3-1. Per i più giovani, l’apice del godimento calcistico fu toccato esattamente 14 anni fa oggi.
E’ una di quelle circostanze in cui tutti ricordiamo dove eravamo, con chi, che cosa stavamo mangiando.
Impossibile dimenticare gli attimi che hanno preceduto la grande gioia, le urla di felicità, la bandiere sui balconi, i clacson per le strade.
Il 9 luglio del 2006 l’Italia diventava per la quarta volta campione del mondo. Non accadeva dal 1982, l’anno del Mundial, di Dino Zoff, di Paolo Rossi e della tripletta al Brasile, della corsa infinita di Tardelli, del Campioni del Mondo per tre urlato al microfono da Nando Martellini.
24 anni dopo fu la corsa di Fabio Grosso, che a Palermo ricordiamo bene. Incredulo ancor prima di calciare verso la porta tedesca quel pallone che regalò agli azzurri la finalissima contro la Francia. Anche la sua corsa ci sembrò infinita. Non lo sapevamo noi e non lo sapeva neanche lui, ma, incredulo, stava correndo verso il dischetto dell’Olimpyastadion, là dove, pallone da una parte Barthez dall’altra, metteva il sigillo sulla vittoria di un Mondiale che ai nastri di partenza non vedeva certo gli azzurri di Marcello Lippi tra i favoriti.
Sono passati quasi 3 lustri e di Nazionali come quella dalle nostre parti non se ne sono più viste. Forse perché era la fine di un ciclo, l’incastro perfetto di tutte le tessere del puzzle, forse perché nel cielo di Berlino qualche stella, quella notte, si è colorata d’azzurro.
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Redazione