Una marina di libri, «Nel segno di Palermo» di Carlo Baiamonte
La presentazione al festival letterario, sabato prossimo all'Orto Botanico alle 11
Un omaggio a Palermo capitale della cultura.
Il 9 giugno alle 11 all'Orto Botanico, in occasione del festival letterario Una marina di libri, la presentazione del libro di Carlo Baiamonte "Nel Segno di Palermo", edito da People & Humanities: pagine dedicate alle immagini del capoluogo siciliano, che trovano luce tramite le fotografie e le narrazioni di diciotto autori.
Interverranno Paola Campanella, Claudio Di Dio, Aldo Carano; modera Mauro Buscemi.
L'intervista all'autore, Carlo Baiamonte: «Il libro è dedicato ai palermitani che vedono il bicchiere mezzo pieno».
Come nasce Nel segno di Palermo?
Il progetto nasce dentro una rubrica del mio blog lorabuca.it intitolata ‘Tre fotografie per Palermo’. Nell’arco di un anno e mezzo ho intervistato sedici fotografi sul tema degli spazi vitali a Palermo. Mi interessava, in particolare, discutere di fotografia esplorando vissuti soggettivi collegati alla nostra città, senza dimenticare le difficoltà che incontriamo ogni giorno. Palermo è una città del sud ed ogni anno cinquemila giovani vanno via.
Questi fotografi sono stati selezionati? Qual è stato il criterio che ti ha orientato in un settore come la fotografia, estremamente competitivo?
Le reti amicali e informali, non conosco bene l’ambiente fotografico cittadino. Il libro, come ho esplicitato nell’introduzione, è dedicato ai palermitani che vedono il bicchiere mezzo pieno. Ritengo che ogni espressione artistica debba essere costruttiva, aiutare a riflettere lasciando intravedere una prospettiva, un orizzonte in cui sia possibile ritrovarsi come cittadini del mondo prima che residenti a Palermo. Ho selezionato fotografi appassionati, che amano questa città, che usano la fotografia per raccontare, che superano l’atteggiamento egocentrico ‘palermitano’, un tratto molto diffuso e locale. Due non sono palermitani, Alex Astegiano e Vincenzo Martegani, ma hanno colto elementi della città interessanti quanto ciò che hanno raccontato gli altri quattordici.
Che cosa emerge nell’insieme delle interviste, che tipo di racconto?
Palermo è una città complicata, sospesa tra vecchio e nuovo, lenta nella relazione con le istituzioni ma anche veloce nella sperimentazione in molti campi, non ultimo quello della contaminazione tra le arti. È anche un posto molto accogliente, sui turisti esercita un fascino fortissimo, anche nella sua atmosfera decadente dei ponteggi di alcuni edifici ‘eterni’ e nella disorganizzazione dei servizi. Riesce a funzionare come un modello di integrazione, nonostante le tante difficoltà. Questo aspetto, insieme alla bellezze straordinarie, ai miti ancora vivi, emerge con forza nel dialogo con gli autori che ho intervistato.
Le criticità più forti, i suoi punti deboli.
Forse il rapporto con la periferia. Anche nell’anno in cui è capitale della cultura le periferie rimangono lontane dal centro, senza una riflessione profonda sulla relazione tra queste identità, il percorso dell’Unesco, ad esempio e lo Zen o Romagnolo, o Cruillas. Non è sufficiente articolare la relazione sulla mobilità leggera perché le identità di Palermo, ‘differenti’ rimangono separate. Il calendario 2018 si concentra nelle iniziative a favore dei luoghi canonici che funzionano, invece dovremmo fare uno sforzo in termini di programmazione, valorizzando le risorse culturali presenti nei quartieri. Nel repertorio di scatti selezionati la periferia viene accarezzata e raccontata, diventa uno luogo seducente. Da settembre a Giugno 2019 porteremo la nostra mostra fotografica collettiva (32 foto di 16 autori) nei quartieri lontani.
Ci sono autori che preferisci? Quali conversazioni ti sono rimaste impresse, hanno contribuito all’analisi di Palermo?
Nel segno di Palermo, con le sue diciassette interviste a fotografi, la prefazione affidata a Daniele Billitteri, il contributo di analisi urbana a firma di Aldo Carano trova una sua organicità, sintetizzando le sfaccettature di Palermo, la sua complessità. Tutti gli autori sono interessanti ed esprimono un loro modo di vedere la città. Le interviste sono anche delle buone lezioni di fotografia. Credo che valga la pena leggere le interviste perché offrono spunti ai lettori. Il saggio rimane un libro di pensiero in cui la discorsività si accosta alle immagini senza tensioni e conflitto. C’è anche sullo sfondo l’idea di una città legale e pulita, operosa, bella, sofferente e piena di speranze. Ma c’è anche l’idea che i miti che conserviamo e vendiamo ai turisti non possano considerarsi sufficienti, che dobbiamo imparare a criticarla senza rancore e senza sensi di colpa, un sentimento che conosciamo bene.
Redazione