Il calcio non è morto. Il calcio non guarisce
No, il paziente non è deceduto.
Peraltro, non c’è alcun ospedale che ospiti il degente, né un primario, né un team di medici specializzati. Non ci sono neppure gli infermieri.
C’è la malattia, quella sì. E viene da lontano, lontanissimo.
L’infezione che l’ha preceduta è un misto di fibra, filigrana, ologrammi ed inchiostro; più spesso di codici e cifre virtuali che con un click partono e in poche ore si spostano da un conto all’altro. Insomma, il virus di questo calcio malato è la montagna di denaro che circola e circolando genera interessi al di sopra di ogni giustizia. E di ogni sospetto.
Al contrario, se non fosse per i miseri infiniti soldi che hanno adombrato, masticato e inghiottito ogni accenno di etica sportiva, davvero non si potrebbero spiegare talune dinamiche che muovono il mondo del calcio.
Parma come Frosinone: troppi interessi per essere giusti nella pena da infliggere; troppi ostacoli da saltare per giungere ad un traguardo di limpida onestà, per ammettere che ci sono - esistono ancora, ne siamo certi - azioni inammissibili nella disciplina sportiva.
Quindi no, nessuna morte del calcio, semmai una conferma di sopravvivenza e di immortalità. E di assurdità di una «sentenza suicida», tanto da rendere “facile” il motivo del ricorso del Palermo: si considera di riferimento per scontare la penalizzazione un campionato non ancora iniziato, e non quello in cui l’illecito è stato tentato.
Nessuna morte, nessuna guarigione: l’ammalato prosegue il proprio cammino.
Nell’attesa che qualcuno stacchi la spina.
Redazione