«Palermo, un'idea c'è» Ecco Alessi
Nella giornata di ieri la Covisoc ha comunicato al Palermo la bocciatura del club rosanero per non aver aver rispettato i parametri finanziari previsti per l'iscrizione al prossimo campionato. Per parlare del futuro rosanero abbiamo contattato l'imprenditore Rino Alessi.
«La presenza di imprenditori seri e per bene penso sia l’elemento necessario per recuperare un rapporto di credibilità con le istituzioni ma soprattutto con i tifosi troppe volte illusi.
Che un imprenditore di altissimo livello morale e di grande capacità imprenditoriale come il dottor Dragotto possa cimentarsi - insieme con altre cordate mi auguro siciliane - non può che essere salutato con moltissima soddisfazione dall’impresa siciliana».
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«L’ideale sarebbero delle figure di tycoon locali capaci di unire le qualità imprenditoriali con la passione. In tal senso Dragotto lo ricordo come investitore storico e per questo lo saluto con piacere come possibilità positiva per noi tifosi: negli ultimi anni ha investito soldi in stagioni non facili per il Palermo Calcio.
Da tifoso a lui va il mio personale saluto perché può essere una valida figura. Con altrettanto rispetto guardo l’ipotesi di Sagramola che è anche un mio amico».
L'idea.
«Credo che la città debba riappropriarsi della sua squadra. L’idea dell’azionariato popolare è una misura che a me piace tantissimo e lo reputo il migliore modo di controllo.
Il concetto è far sì che un azionariato pubblico diventi una sorta di garante anche morale e di tutela di un bene (il Palermo ndr) che è della città.
Quindi sarebbe bello potersi appropriare del doppio status di tifoso e socio della società che diventerà anche una maniera per ottenere benefit come accade a Madrid o Barcellona».
Quindi?
«Non è Alessi ma un gruppo di tifosi appassionati che hanno aleggiato attorno al Palermo.
Quella famosa cordata che più volte è stata citata è un’idea che può concretizzarsi su tutte le ipotesi che si manifesteranno. Ovviamente con determinati principi».
In conclusione, bisogna ripartire da un progetto inclusivo.
«Uno non sposa il progetto di una sola persona ma il modello più serio e inclusivo: secondo me la parola più bella è questa.
Bisogna focalizzare l’idea e non le persone, altrimenti diventa un’autocelebrazione: spero fortemente che sia un procedimento veramente
inclusivo».
Redazione