Davvero Palermo meritava tutto questo?

Davvero Palermo meritava tutto questo?

 

Appena due mesi fa festeggiavamo l’inizio di una nuova era. Dopo 16 anni finalmente via Zamparini per fare spazio ad un corso che avrebbe dovuto cambiare le sorti del club. Eppure due mesi dopo ci troviamo vittime di un raggiro senza precedenti con l’attuale proprietà che in sessanta giorni ha fatto più danni che altro. Con il fiato sul collo di FIGC, Lega e Covisoc. Lo dovevamo capire subito, il giorno di quella conferenza stampa senza senso che sarebbe finita male. Con Zamparini che chiede ai giornalisti di non indagare sugli inglesi ma di supportarli nel loro lavoro, con gli inglesi che non sanno o non vogliono rispondere alle domande dei cronisti e con la consapevolezza che ne avremmo viste delle belle.


Di quel gruppo che arrivò in Sicilia a inizio dicembre si sono defilati quasi tutti, il tempo della pupiata in conferenza stampa al Barbera e qualche giorno dopo abbiamo cominciato a contare le prime defezioni. I primi sono stati l’ex calciatore britannico David Platt e l’idolo dei social James Sheehan. Di loro ricorderemo la mangiata di pesce a Sferracavallo e la barba del virgulto britannico che avrebbe dovuto mettere soldi di tasca sua nella società. Poi, abbiamo conosciuto il “socio forte” John Michael Traecy, quello che doveva cacciare i soldi e di cui si sono perse le tracce. Così come abbiamo perso le tracce di Maurizio Belli. L’architetto del closing, sembrava avere le idee più chiare di tutti. Aveva chiesto tempo e fiducia. Peccato che anche lui è stato contraddetto dai fatti. Aveva dichiarato che «il mio socio Facile non è necessariamente coinvolto nell’operazione». In realtà, Facile ad oggi è l’amministratore delegato ed è l’unica figura di garanzia del club. Mica poco, nel marasma allucinogeno a cui stiamo assistendo.


Vogliamo ricordare Dean Holdsworth? Si è dimesso l’altro giorno dichiarando: «Mi dispiace il mio lavoro finisce qui?». Viene da sorridere perché l’advisor inglese che amava la birra non si è mai capito che ruolo avesse all’interno della società, se non quello di destabilizzare l’ambiente e lo staff. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la trattativa per Luca Paganini, centrocampista del Frosinone che aveva suscitato l’interesse del tecnico Roberto Stellone. Per il cartellino si è mossa in autonomia la rete di collaboratori di Holdsworth, scavalcando di fatto Foschi.


E poi, c’è Clive Richardson, il presidente non presidente, l’uomo che non vuole avere a che fare con la parte amministrativa ma solo con quella sportiva. L’uomo che una ne pensa e cento ne fa. Il presidente che aveva ingaggiato un giocatore extracomunitario per la serie B, senza sapere che in serie B le regole per il tesseramento dei calciatori sono differenti dalla serie A. Insomma Richardson è un po’ come il presidente Borlotti, che ti prende Niklas Gunnarsson pensando che sia Aron Gunnarsson il capitano della nazionale islandese.


E meno male che c’è Rino Foschi. L’unico che là dentro di calcio ne capisce qualcosa, l’unico che Palermo non la lascerebbe mai per affetto e amore per una città e una tifoseria che gli ha fatto vivere una seconda e una terza giovinezza. E invece, Foschi è stato messo puntualmente alla porta, delegittimato nel suo ruolo, dequalificato e fortemente limitato nel mercato. Adesso bisogna pensare al campionato, sperando che le notizie extracalcistiche non disturbino l’ambiente.


A proposito il 16 febbraio scade la rata bimestrale per pagare gli stipendi a calciatori e staff tecnico. Se il Palermo non adempisse ai pagamenti rischierebbe una penalizzazione nel campionato in corso. Chi pagherà questi stipendi? L’ultima volta i soldi sono stati garantiti da Zamparini, ma adesso la nuova proprietà dovrà pagare gli stipendi e anche i 115 creditori che hanno suonato alla porta del Palermo.


Una domanda sorge spontanea. Palermo davvero meritava tutto questo?

 

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