FALLIMENTO

FALLIMENTO

Se tutto va bene, sarà andata molto male.
Non che ci fossero molti dubbi o grandi speranze, ma adesso è arrivata anche l'aritmetica a scacciare ogni titubanza: se il Palermo vincerà le ultime due partite della stagione regolare, chiudendo il campionato a 54 punti, avrà fatto peggio della squadra che la scorsa stagione chiuse a 56, al sesto posto della classifica.
Dopo aver beneficiato di rinforzi spesso pagati a peso d'oro, d'estate come d'inverno: quasi 16 milioni di euro soltanto per i cartellini, per non parlare del monte ingaggi, già piuttosto pesante nella scorsa stagione, ulteriormente gravato dai quattordici innesti giunti in Sicilia nelle ultime due finestre di calciomercato.

Il Palermo come un gambero, ma molto più ricco, va in retromarcia.
Il paradosso rosanero è la proporzionalità inversa tra investimenti e risultati: più spendi, meno vinci. Slogan perfetto per una campagna di sensibilizzazione contro il gioco d'azzardo. Suggeriamo.
Invece è la strana e triste realtà modellata da un club che, presto o tardi, dovrà usare un microfono qualunque per ammettere di aver sbagliato quasi tutte le scelte relative alla gestione dell'area sportiva, che qui stiamo attenti a tenere ben separata dalle altre “anime” che compongono, invece, l'azienda Palermo. Ma oltre le carte c'è di più (con gli slogan la chiudiamo qui).

Perché stiamo parlando di campo e di pallone, di maglia, di qualità e di emozione, di impegno soprattutto. Di calcio senza filosofie che vogliano arrampicarsi su giostre di parole a cui non riescono proprio a seguire i fatti. Di uno sport in cui da qualche anno si è deciso che bisogna inventare là dove non c'è da inventare proprio più niente.
Dunque, dal momento che non sembra opinabile il fatto che il calcio sia fatto di scelte, parliamo di scelte. E a quelle sì che alla fine seguono irrimediabilmente i fatti.
Scegliere: gli uomini giusti, le competenze, le esperienze che per obiettivi grandi devono stare dentro grandi bagagli. Al contrario delle scommesse, delle convinzioni, degli algoritmi. Scegliere la qualità dei rapporti, anche quelli che passano dalla comunicazione tra palco e platea, perché il primo non si trasformi in piedistallo e la seconda in una quarta parete vuota.

Ebbene, troppe scelte sono state sbagliate se il Palermo arriva al traguardo del suo primo opulento triennio raccogliendo miseria. Dirigenti, allenatori, giocatori: i risultati dicono che chi ha scelto lo ha fatto male. E troppi giri di parole sul tavolo per dribblare (al microfono riesce meglio) la realtà: ce n'è una sola, ma puntualmente prova ad essere interpretata. In primo luogo dalla figura dell'allenatore, unico front-man per scelta della sua società, e in seconda battuta dalla società stessa, nelle rarissime occasioni di confronto pubblico: da due lunghi anni ogni conferenza stampa si somiglia tremendamente.

Non più di cinque mesi fa la parola “fallimento” è stata bocciata, negata pubblicamente.
È stato rifiutato con forza il concetto che sta alla base della sua affermazione. Ma oggi, quando dopo tanta delusione era il momento dell'orgoglio, torna con rinnovata forza: l'allenatore, i calciatori, i dirigenti che ne sono responsabili hanno fallito.
Cosa resta? La possibilità di raccogliere da terra la dignità necessaria per portare a termine questo campionato.
E poi soltanto l'utopia dell'episodio, dell'imprevisto. O meglio, per chi ci crede, del miracolo.