Palermo, l'ex Pastore: "Lacrime di Zamparini e quella lite con Migliaccio. Finale di Coppa Italia? Percorso bellissimo"
"El Flaco", Javier Pastore, ospite di "Torretta cafè" format sul Palermo F.C. condotto da Sara Castellana, giornalista Sky Sport
Ospite della prima puntata di "Torretta cafè", nel salotto di Sara Castellana, giornalista Sky Sport, l'ex fantasista di Palermo, PSG e Roma, tra le altre, Javier Pastore, idolo della tifoseria rosanero ed ex nazionale dell'Argentina.
PALERMO CFA - Sono stato qui per l’inaugurazione, è stata una bellissima giornata. Sto vedendo crescere un Palermo diverso rispetto a quello che ho vissuto io. Oggi mi fa tanto piacere vedere un Palermo così con un centro sportivo dotato ad esempio di una sala da pranzo, una palestra ma anche di un posto come Torretta Café. Ricordo quando mi allenavo io a Boccadifalco ed era una cosa completamente diversa.
VECCHIO PALERMO - Ho rivisto vecchi compagni di squadra all’inaugurazione. È passato un po' di tempo, di alcuni non avevo notizie. Stare insieme e ricordare i momenti vissuti è stato bellissimo. Siamo stati insieme due giorni, gli altri hanno giocato anche a calcetto ma io ancora non potevo perché mi ero appena operato all’anca. Momenti emozionanti e belli perché ho vissuto due anni bellissimi qui a Palermo. Ho costruito relazioni belle dentro e fuori dal campo, fa piacere aver visto molti di loro in un’altra epoca. Ormai sono sposato e sono padre, quando sono arrivato a Palermo ero un bambino. Diversi calciatori più grandi mi hanno insegnato tante cose e hanno contribuito alla mia crescita come uomo. Mi ha fatto piacere vedere Migliaccio, quando sono arrivato a Palermo mi ha aiutato tanto. Volendo o meno mi ha trasmesso tante cose. Sento Balzaretti, Migliaccio, Liverani. Con Miccoli ogni tanto scambiamo messaggi. Anche Hernandez, Santi Garcia, Munoz, Bertolo e Cavani.
PERCORSO DA CALCIATORE - Ho cominciato a pensare di avercela fatta soltanto adesso che non gioco più a calcio. Il mio percorso da calciatore l’ho vissuto normalmente, ogni cosa che mi succedeva credevo fosse normale. Arrivare a Palermo, giocare in una squadra con dei campioni o affrontare campioni di squadre come Inter, Juventus e Milan. L’ho vissuto come una normalità, come se stessi giocando con i miei amici in Argentina. Oggi mi rendo conto che ho fatto una carriera importante, ho giocato in campionati importanti. Sono stato 7 anni al Paris Saint Germain con giocatori che hanno segnato in maniera profonda il calcio mondiale. Ho condiviso momenti con loro dentro e fuori dal campo. Ho giocato bene a calcio, ho provato a fare sempre bene. È straordinario l’affetto che ricevo ancora oggi della gente quando vado a Palermo, a Parigi o a Roma (anche se lì non è andata come volevo). In tutte le squadre dove ho giocato ho costruito un bel rapporto con i tifosi, questa è la cosa più importante che oggi rimane molto di più di aver vinto una coppa o una partita.
L’EUROPA - Da piccolo avevo in testa che volevo giocare in Europa. Quando avevo 10 anni mi chiedevano se mi sarebbe piaciuto giocare nella prima squadra del Talleres, io rispondevo che avevo voglia di giocare in Europa. Il calcio europeo è dove noi argentini vogliamo arrivare. Il mio primo pensiero era quello di venire in Europa, era la mia fissazione. Dopo un calciatore non sa mai a che livello può arrivare, come e quando. Devono passare tantissime cose, bisogna avere fortuna o magari trovare l’allenatore giusto in quel periodo lì. Aver sempre voglia di fare uno step in avanti e di crescere umanamente e professionalmente.
ARRIVO NEL PALERMO - Il giorno che sono arrivato ho subito giocato un’amichevole contro una squadra austriaca. Una volta sceso dalla macchina con Sabatini e il mio procuratore si è avvicinato Zamparini che mi ha proposto di giocare la partita dopo aver fatto un viaggio di 14 ore da Buenos Aires a Milano. Non avevo neanche le scarpe, il Presidente allora mi ha accompagnato in un centro commerciale lì vicino. Mi ha detto prendi tutto quello che vuoi, ho preso un paio di scarpe da calcio, i parastinchi e basta. Questo andava bene. Una volta tornati alla partita il magazziniere Pasquale mi ha dato il materiale per giocare. Zamparini ha detto al mister che sarei dovuto entrare nel secondo tempo. Il mister non capiva perché dopo un viaggio così lungo sarei dovuto subito scendere in campo. Ho giocato una ventina di minuti e ho subito fatto un sombrero. Ho fatto un tunnel, poi un passaggio lungo a Miccoli che ha fermato la palla di petto e fatto gol. Non so se era la voglia di dimostrare. Zamparini si mise a piangere in tribuna, era innamorato delle mie giocate. Me lo hanno raccontato persone che stavano lì come il mio procuratore.
LA SCELTA – Zamparini e Sabatini mi hanno convinto entrambi ad accettare il Palermo. Sono stati molto presenti nei miei ultimi tre mesi trascorsi in Argentina. Sabatini faceva venire Luca Cattani, stavano ogni giorno con me in Argentina ma non mi dicevano che erano del Palermo. Erano persone che mi guardavano, venivano a pranzo e a cena con me ma non mi dicevano niente. Mi chiedevo chi fossero questi personaggi, alla fine del campionato il mio procuratore mi presentò le varie opzioni dicendomi che queste persone che erano state con me erano del Palermo. Volevano vedere come mi comportavo, non mi dissero niente per farmi essere me stesso. C’erano Chelsea, Milan, Porto come altre opzioni rispetto al Palermo. A quel punto è entrata di nuovo in gioco la mia famiglia. Prima quando ero a Cordoba abbiamo scelto l’Huracan anche se c’era la possibilità di andare al River o al Boca perché mi sentivo che potevo dare molto di più in quella squadra ed è andata molto bene. Infatti lì fatto un anno incredibile che mi ha aperto la porta dell’Europa. Parlando con i miei abbiamo deciso che la migliore opzione per fare il primo passo in Europa era il Palermo. Grazie a Dio non mi sono sbagliato, da lì è cominciata un’avventura magnifica. Al mio arrivo c’erano giocatori come Miccoli e Cavani, quest’ultimo era giovane ma con un talento incredibile. C’erano anche Liverani, Simplicio, Nocerino, Migliaccio, Cassani, Balzaretti, Kjaer. Il livello era veramente alto in allenamento. L’unica cosa che volevo era imparare da loro ascoltando sempre e provando a fare quello che mi dicevano. Questo mi ha portato a fare la mia carriera. Sempre rispettando e ascoltando gli altri.
L’APPROCCIO - Io ho avuto problemi con i miei compagni all’inizio a Palermo per il mio modo di giocare. Non erano abituati ad avere in squadra un compagno che facesse 5 tunnel ogni allenamento. Io non lo facevo per prendere in giro, era il mio modo di giocare a calcio. Ho raccontato pochissimo tempo fa un aneddoto riguardante Migliaccio. Dopo due mesi dal mio arrivo in una partitina gli feci un tunnel e mi diede un calcio, così una seconda e una terza volta. Noi come argentini abbiamo una forma di insultare che non è riguardo la persona ma riguardo la situazione. Allora mi è uscito un insulto, non contro di lui. Lui ha sentito questo insulto, lo ha capito e si è diretto verso di me mentre ero ancora a terra. Mi ha alzato dal collo in piedi dicendomi di non insultarlo più. Ci ha separati Bertolo e siamo andati via dall’allenamento. Mi chiedevo in che posto fossi arrivato. Il giorno dopo abbiamo fatto una riunione con Zamparini e Sabatini. Abbiamo parlato, si sono messi d’accordo sul fatto che dovevo parlare con Migliaccio che mi ha spiegato le sue ragioni. Gli ho spiegato che quello era il mio modo di giocare a calcio e non era una cosa contro di lui. Ci siamo capiti, da quel momento in poi il mio miglior compagno è stato Giulio. Prima di uscire in campo ogni domenica lui veniva e mi abbracciava dicendomi di far quello che mi pareva e che lui avrebbe recuperato i palloni per me. L’unica cosa che voleva è che quando recuperava la palla io fossi a pochi metri di distanza per passarmela. Un giocatore di Serie A dal suo spessore parlava a un ragazzo di 19 anni come me in questo modo, è stato incredibile avere quella libertà e quella fiducia.
TUNNEL A PIRLO E GATTUSO – Vi racconto un aneddoto. La mia famiglia e il mio procuratore sono venuti a Palermo per la prima partita contro il Milan. Erano tutti nervosi, mi dicevano che giocavo contro campioni come Pirlo e Gattuso. Io dicevo di sentirmi in modo normale e che avrei sicuramente fatto sicuro almeno un tunnel ad entrambi. Per me erano due idoli, in quel momento avevo 19 anni e pensavo a fare i tunnel. Tutti mi volevano ammazzare, in quella partita con i primi tre palloni toccati ho fatto un primo tunnel a Gattuso e dopo un tunnel a Pirlo. Quello che mi mettevo in testa mi riusciva, in allenamento facevo tanti scherzi… contavo i tunnel, facevo scommesse.
IL RIENTRO DAL MONDIALE – Volevano darmi 3 settimane di vacanza ma io non le volevo. Ho deciso allora di tornare subito in Austria anche in questo caso il giorno di un’amichevole. Sono andato da Delio Rossi per dirgli che volevo giocare un po' ma ho ricevuto una risposta negativa. Allora sono andato dall’allenatore della squadra avversaria che era di quarta divisione austriaca chiedendo se potevo giocare con loro. Non vedeva l’ora lui, ho giocato con gli avversari e ho fatto tre gol. Liverani nel corso di un’azione mi ha dato un calcio da dietro per infortunarmi, non riuscivano a fermarmi.
OSCAR DEL CALCIO - Ero nervosissimo ed emozionato. Mi chiedevano cose di Palermo, tipo Santa Rosalia e le arancine ma non riuscivo a dire niente. E’ stato un premio bellissimo, c’erano tanti campioni giovani in quell’anno lì. E’ stato bellissimo, fa tanto piacere e mi porta bellissimi ricordi questo video.
LO SCHERZO DELLE IENE – Loro aspettavano una mia reazione. Io mi sono alzato e ho cominciato a camminare cercando un altro posto libero, non sapevo dove sedermi. Non avevo capito che era uno scherzo, non seguivo quel programma in Italia.
CAVANI – Un grande professionista. Ancora oggi presta attenzione al suo corpo, cura l’alimentazione. È un guerriero, dà la vita per la squadra. A Palermo era anche lui giovanissimo, a Parigi arrivava dopo il percorso al Napoli. Lui è sempre incentrato sul lavoro di squadra e sul fare bene.
NEYMAR - Giocatore unico, tecnicamente e sotto ogni punto di vista. Quello che più mi ha sorpreso in un allenamento, in una partita. Lui veramente se vuole può fare quello che vuole. Grande giocatore che ha tutte le qualità che può possedere un calciatore. Forte con entrambi i piedi, di testa, è reattivo. Ha veramente tutte le caratteristiche.
IBRAHIMOVIC – E’ il re, a Parigi è stato il nostro re. Ci ha fatto imparare tanto, mi ha aiutato tanto a essere più competitivo e a volere vincere ogni giorno. E’ stato un giocatore che caricava tantissimo, capitano eccezionale ha fato la differenza al PSG. In quegli anni spiccava la personalità e il suo modo di vivere il calcio.
DI MARIA - Per me è stato un giocatore a cui non hanno dato il giusto valore perché ha giocato sempre con campioni incredibili al suo fianco. Io lo metterei sempre nella mia squadra ideale, è un giocaroe che fa la differenza. E’ anche un mio amico, abbiamo condiviso tanto anche fuori dal calcio. Mi ha fatto piacere vederlo vincere con la Nazionale argentina, voleva questo con tanta voglia. E’ uno dei top con cui ho giocato.
MESSI E MARADONA – Messi? Si può dire poco di lui, ho avuto a fortuna di giocare con tutti questi giocatori ma soprattutto con lui. Il miglior giocatore di sempre, in allenamento e in partita fa delle cose che non puoi neanche immaginare. Quando vuole una cosa e si accende è finita per gli altri. E’ il migliore di tutti, di sempre. Io ho 35 anni, Maradona non l’ho visto giocare ma l’ho avuto come allenatore. Ho avuto la fortuna di vivere Maradona e Messi nello stesso spogliatoio. Incredibile, una cosa unica. Diego aveva la sua aura, il suo modo di vivere e di essere. La sua personalità, il suo coraggio, la sua forza. Era una persona che ti trasmetteva qualcosa, parlo di lui e ho la pelle d’oca. Mi chiamava per sapere come stavo. Unica persona che ho visto in questo mondo che mi ha trasmesso sempre qualcosa soltanto con lo sguardo. Per questo dico di essere fortunato e che il calcio mi ha regalato delle cose che se avessi fatto un’altra carriera non avrei potuto vivere.
FOTO CON RIQUELME – Quando giocavo nel Talleres ho fatto un provino per il Villarreal, lui era lì. Era il mio idolo da piccolo. Guardavo lui, per me era un giocatore esemplare. Il suo modo di giocar, correva in modo diverso, faceva tunnel e passaggi lunghi… tutto quello che volevo fare da grande. Siamo andati una settimana lì, ci allenavamo noi il pomeriggio ma io tutte le mattine andavo a vedere la Prima Squadra e i suoi allenamenti. L’ho aspettato ogni giorno per scattare questa foto.
A NEW YORK CON IL PALERMO – Un’esperienza meravigliosa, non me lo sarei mai aspettato di fare questa pubblicità della maglia a New York. E’ stato bellissimo, abbiamo vissuto dei giorni che ci hanno portato tantissimi ricordi di Palermo. Palermo è stata la mia porta per l’Europa e per la Nazionale argentina. Per questo Club io ci sarò sempre.
NUMERO DI MAGLIA - In Huracan ho giocato con la 16, è andata benissimo. A Palermo questo numero era occupato, c’erano poche maglie disponibili. Mi hanno proposto la numero 6 e ho accettato. Indossata non mi stava bene, giocavo in zona offensiva con la 6. L’anno dopo ho scelto il 27 perché era il numero preferito di mia mamma. Solo una volta a Parigi ho indossato la maglia numero 10 per un anno.
FINALE COPPA ITALIA - Tanti ricordi, abbiamo giocato contro squadre come Roma e Milan. Abbiamo eliminato squadre forti. Non ho mai rivisto la finale contro l’Inter però resta il ricordo, tutta la mia famiglia è venuta a vedere questa partita. Quei tre giorni a Roma tutte le piazze erano rosanero. Non lo so quante persone sono rimaste fuori dallo stadio, forse 10- 20 mila persone. Il risultato conta sempre, ma il percorso che abbiamo fatto in Coppa Italia è stato bellissimo. Le emozioni delle persone non le leva nessuno, quell’anno è sato magico. Potevamo vincere o meno, ma il percorso è stato pazzesco.
INTERESSE SQUADRE OLTRE AL PSG - Il Chelsea era una, è sempre stata una possibilità. In Italia c’erano il Milan e l’Inter, io volevo più andare al Milan. Avevamo parlato con il Milan, il mio idolo era Kaká… mi piaceva un sacco il suo modo di giocare e il suo modo di essere. Mi ispiravo tanto a lui. Per me era un sogno andare lì e giocare con lui ma lui andò al Real Madrid. Il Paris Saint Germain in quel momento poteva spendere di più, allora per il Palermo era anche più simbolico cedermi a loro piuttosto che ad un’altra squadra. Alla fine decido di andare al PSG per un sogno che ho fatto mentre ero in vacanza con Chiara. Eravamo a Punta Cana, abbiamo trascorso due settimane lì tra chiamate di direttori sportivi e presidenti. Una sera ho sognato che camminavo con Chiara sotto la Torre Eiffel. Appena svegliato ho chiamato subito il mio agente per comunicargli la mia decisione. Lui mi propose di aspettare il Chelsea ma io sentivo di dover andare al PSG.
LA VITA A PALERMO – Arrivare a Palermo è stato come continuare a giocare a casa mia. Salvatore Sirigu è stato importantissimo nel mio percorso qui a Palermo. E’ un grande amico, mi ha aiutato tantissimo. Andavamo al cinema insieme, mi portava a mangiare fuori. Facevamo tante cose qua, mi piaceva giocare al bowling ma durante la giornata non potevo andare. Allora i proprietari mi facevano venire a mezzanotte e mi lasciavano tutto il bowling aperto. Mi davano le chiavi, passavo due ore con tutti i miei amici a giocare. Avevo amici che giocavano a calcetto quasi tutte le sere, io andavo a vederli e portavo le scarpe da calcio. Alla fine giocavo sempre, al secondo anno a Palermo giocavamo anche in Europa League ed era più complicato. Allora andavo a vedere giocare i miei amici con le ciabatte e non con le scarpe da calcio. Arrivavo lì con Chiara, i miei amici cominciavano a chiedermi di giocare. Alla fine era peggio perché giocavo scalzo. La scusa era portare le ciabatte, tante volte dopo o prima il calcetto andavamo a mangiare insieme. Io già andavo con le ciabatte, Chiara diceva che non potevo presentarmi al ristorante così. Io le spiegavo che andavo così altrimenti mi convincevano a giocare a calcio. Alla fine sono uscito con lei tante volte in ciabatte, tutti si chiedevano il motivo. In qualche modo comunque riuscivo a giocare lo stesso. Oggi è molto più difficile, si giocano molte più partite. Primo anno a Palermo giocavamo solo campionato e Coppa Italia. All’inizio solo una partita a settimana, la voglia di giocare a calcio c’era sempre.
DESTINAZIONI – Ho sempre scelto io dove andare, il mio percorso professionale fino al 2° anno di Roma è stato molto bello con più cose positive che negative. Ultimi due anni a Roma non sono stati quelli che avrei voluto a livello professionale, ma non perché non ho voluto ma perché il fisico non mi ha accompagnato. Mi faceva tanto male arrivare a Trigoria e non poter dare quello che potevo dare. Quella è stata la frustrazione più grande provata nel mondo del calcio, mi sentivo proprio male. Se torno indietro rifarei le stesse scelte. A Roma professionalmente non è andata bene, però come ho vissuto a Roma non ho vissuto in altri posti. Ho fatto amicizie, ho vissuto tre anni magnifici fuori dal calcio, nel calcio ho avuto un problema all’anca che è stato durissimo da affrontare. Alla fine quello mi ha fatto smettere di giocare a calcio. Sono cose che succedono ma avrei voluto fare molti di più perché mi sentivo veramente che potevo fare tante cose belle a Roma. C’era una squadra importante, però il corpo quando dice basta dice basta. Non l’ho voluto sentir in quel momento perché la passione e la voglia di giocare a calcio era così grande che ci ho provato in tutti i modi a continuare a giocare.
FUTURO – Non gioco più a calcio da un anno e sette mesi. Mi sono operato 8 mesi fa, adesso sto benissimo non ho più dolori però ho perso tanto tempo. Non ho continuato ad allenarmi in un modo professionale. Ogni anno il calcio cambia tantissimo. Oggi è più importante il fisico, i giocatori sono atleti. Non ho in testa di tornare in campo, penso che prima di giugno 2025 annuncerò ufficialmente il mio ritiro dal calcio giocato, ma sto studiando per restare in questo mondo che amo.
COSA MI HA DATO E COSA MI HA TOLTO - Il calcio mi ha dato una vita che senza il calcio non avrei mai potuto vivere. Ho conosciuto culture diverse, ho viaggiato tanto e conosciuto posti. Il calcio mi ha regalato tanta gioia perché alla fine è un lavoro ma è anche uno sport che si fa con passione, con gioia e con divertimento. Mi ha dato tantissime cose, la possibilità di aiutare la mia famiglia e di aiutare tanti amici e tante persone che mi sono state a fianco. Per me i soldi non sono la cosa più importante però alla gente servono per vivere meglio. Il calcio mi ha dato questa possibilità di poter aiutare gli altri, la mia famiglia e di potergli fare conoscere un mondo che senza di me avrebbero potuto conoscerci. Il calcio ti toglie tante cose, ti toglie tanto tempo. Con la mia famiglia argentina e con i miei amici avrò vissuto circa 3-4 mesi in questi 15 anni. Oggi ci penso, quando torno in Argentina vedo amici che hanno tre figli e io non ho vissuto neanche un loro compleanno. Ho cugini che hanno figli e non li conosco ancora. Ti toglie quello, mi ha tolto momenti con mia moglie e momenti importanti dei miei figli. La mia prima figlia Martina è nata un giorno prima di partire in Nazionale, poi per un mese non sarei tornato a casa. Sono cose importanti della vita, quando giochi a calcio è come se tutto è secondario e tutto viene dopo. L’ego di un calciatore ti fa pensare che il resto è meno importante ma non è così anzi è dieci volte più importante un figlio che una partita di calcio. Il mondo ti porta a pensare diversamente, il calcio ti porta a pensare che la partita è tutto. Negli ultimi mesi in cui ho giocato a calcio in Qatar ci allenavamo la sera per il caldo. Ogni mattina portavo Martina a scuola e la riprendevo per poi portarla a fare equitazione. Dopo un paio di settimane mi chiese perché per i primi anni della sua vita non l’avevo accompagnata mai a scuola e perché adesso la volessi bene mentre prima no. Le dissi che quando prima lei entrava a scuola io ero già al campo ad allenarmi. Quando fai questo mestiere hai uno stipendio, devi rispettare l’impegno e per esempio non puoi dire che non vai a una partita perché tua figlia ha la febbre. Quando fai il calciatore hai una responsabilità ed è difficile dire di no. Nell’ultimo periodo sentivo dolore, sentivo che mi sarei potuto infortunare. L’allenatore mi diceva di riposare, io volevo giocare però. Io la partita non me la volevo perdere. La dinamica del calcio ti porta a essere così, però tante volte sarebbe stato meglio gestire alcuni aspetti in maniera differente.
RIMPIANTI - No, ho giocato a calcio e mi sono divertito. Penso che ho raccolto di più di quello che potevo immaginare da piccolo. Non ho rimpianti perché alla fine ho sempre saputo che la vita del calciatore è corta. Ho sempre saputo che avrei potuto giocare da 10 a 15 anni. Dopo torni a essere una
persona normale. Quando fai il calciatore ti sembra di essere un supereroe indossando una maglia. Io ho vissuto in maniera normale, facendo amicizia con le persone della scuola o quelle del panificio e ancora oggi queste persone sono al mio fianco. Se non fai questo tipo di amicizie mente giochi a calcio quando tu smetti alcuni potrebbero dimenticarsi di te. La vita continua, quelli che stanno al fianco di un calciatore perché è famoso e guadagna quando il calciatore non gioca più cercano altri con cui fare amicizia.
PASTORE DA GRANDE - Ancora non lo so, sono nel momento in cui mi piacerebbe restare nel calcio perché lo amo e mi piacerebbe tanto aiutare i bambini a crescere e a formarsi. E’ qualcosa che mi interessa fare, mi sto preparando. Sto facendo un corso di management con la FIFA, è molto interessante perché mi dà la possibilità di conoscere le persone che lavorano in diversi ambiti dei Club. Mi sto riempiendo di informazioni per capire veramente in che momento mi senta pronto per fare qualcosa nel calcio. Farò anche il corso di direttore sportivo, però per il momento non ho deciso bene che strada prendere nel mondo del calcio. Mi sto preparando per decidere nei prossimi anni.
Redazione