Palermo, ancora 4-3-3? Due centrali sono pochi e il tridente...

Contro una squadra ben collaudata come l’Atalanta, le certezze di Lopez cadono ad una ad una.

Palermo, ancora 4-3-3? Due centrali sono pochi e il tridente...

 

Un’altra sconfitta per il Palermo. È la decima su 12 partite giocate al “Barbera”, la sedicesima su 24 match di campionato.

Una stagione che per i rosa ha le sembianze di un calvario, dal quale si prova ad uscire, conquistando qualche punto quando le cose si mettono bene, ma non riuscendo a darsi la continuità necessaria per fare un balzo in avanti in classifica e, dunque, a livello motivazionale.

 

Eppure, nelle prime due uscite sotto la guida di Diego Lopez un cenno di risveglio si è visto.

Il tecnico uruguaiano ha mischiato sin da subito le carte a sua disposizione e, forse per dare un chiaro segnale di discontinuità con la stagione fin qui trascorsa, per prima cosa ha accantonato la difesa a 3, ormai marchio di fabbrica di questa squadra, per modellare il Palermo su un 4-3-3 scolastico.

Ma se la trasferta a Napoli non fa testo, e se il Crotone è stato un avversario alla portata, ecco che, contro una squadra così ben collaudata come l’Atalanta, buona parte delle piccole certezze accumulate da Lopez in queste tre settimane cadono ad una ad una.

 

A partire dalla linea difensiva a 4, che in campo sembra ciondolare confusa, senza appigli dal centrocampo che, al contrario, in match come quello contro l’Atalanta finisce per dare ulteriori difficoltà alla retroguardia.

Perché la difesa a 4 è più folta di quella a 3 solo nella definizione: i centrali sono due (ieri Goldaniga e Gonzalez), e gran parte della protezione della porta di Posavec spetta a loro. È necessario dunque conoscere ed applicare alla perfezione i movimenti difensivi, i tempi di intercetto, le dinamiche di contenimento degli avversari. Il terzo gol dell’Atalanta ne è un esempio lampante: Gomez nei pressi dell’area di rigore, non pressato, è libero di dettare il movimento delle mezze ali e pennellare al centro dell’area piccola, con Gonzalez immobile e Pezzella col braccio alzato nella speranza di un fuorigioco. A Cristante tocca solo buttarla dentro. Troppo facile.

 

Se a questi oneri, aggiungiamo i doveri dei terzini in questo modulo, si fa più semplice la comprensione di certi errori gratuiti che anche ieri abbiamo avuto l’occasione di ammirare: nell’azione del primo gol dei nerazzurri, Pezzella segue lo scivolamento a destra della difesa, disinteressandosi dell’avversario alle sue spalle, che sarà libero di saltare, mirare ed insaccare nella porta di un inerme Posavec.

 

Il cortocircuito, però, non riguarda la sola retroguardia. L’unico regista in rosa, Mato Jajalo, non è un regista. Il che è stato piuttosto chiaro quando il bosniaco ha lanciato in porta non un suo compagno, ma il Papu Gomez, a cui al momento è bene non far regali. Le mezze ali si danno da fare, ma né Bruno Henrique né Chochev riescono ad entrare nel gioco. Non c’è ombra di giro palla, la manovra resta un concetto sconosciuto. Al massimo, si entra in area in attesa del traversone giusto, come quello caduto sulla testa del bulgaro che ieri ha messo a segno il momentaneo 1-2.

 

E in attacco? Il tridente non dà, per il momento, i frutti sperati: il solo Nestorovski, che lotta sempre come se non ci fosse un domani, non può bastare. Embalo si rivela solo quando ha qualche metro di profondità da attaccare, Trajkovski non entra mai nel vivo del gioco, prediligendo la palla a terra e il gioco tra linee.

 

Fin qui, dunque, non è un Palermo complementare alle prime idee del proprio tecnico, che adesso dovrà valutare opzioni diverse e mischiare le carte ancora una volta.

In attesa di una rinascita, o della morte certificata di questa squadra.