Non siamo da primi due posti

Non siamo da primi due posti

Quello che ci si è raccontato a fine estate si sono rivelate parole al vento. Forse aveva ragione Eugenio Corini quando spiegava per sommi capi che si sarebbe provato a stare il più in alto possibile. Detto che, per rispolverare uno dei cavalli di battaglia della stagione attuale, siamo ben al di sotto di quel quinto o sesto posto che la proprietà aveva stabilito come obiettivo minimo.

Ma questo Palermo non è squadra da primi due posti: non per gli interpreti, molti dei quali giocherebbero titolari tra Parma, Venezia e compagnia discendente in classifica. Non lo si è per impianto di gioco, per trame e idee, per movimenti senza palla, per schemi su palla inattiva, per nulla. C’è solo un meraviglioso Matteo Brunori che, per quello che ha fatto vedere a Parma, meriterebbe ben altri palchi rispetto ad un Palermo da metà classifica in cui gli arriva mezzo pallone giocabile a partita.

Perché così come Federico Di Francesco non può aver avuto rubato il talento come Larry Bird in Space Jam - visto che un giorno prima dell’approdo a Palermo aveva segnato col Lecce un gol alla Lazio in Serie A -, così come Dario Saric non era un brocco l’anno scorso e non è Steven Gerrard quest’anno in Turchia, il problema sta nella gestione tecnica (intesa proprio come modo di gestire la rosa) e che continua a portare ben pochi frutti dopo un anno e mezzo di lavoro. Ha ragione Corini a dire che si sta vivendo un momento di difficoltà, ma manca un punto fondamentale: c’è bisogno di una riflessione figlia di una assunzione di responsabilità, che porti a capire perché dopo un anno e mezzo e dopo che le indicazioni del tecnico sono state seguite per filo e per segno dalla società, questa squadra non funzioni mai con continuità non solo da partita a partita ma anche nella medesima gara.