Le molteplici vite di Robertson. Da Dundee alla finale di Kiev
Articolo di Elisa Lo Piccolo
A poco più di un’ora da Glasgow si erge la città di Dundee in Scozia. Tra “gonnelline” e castelli fiabeschi si staglia un confine sottilissimo tra due stadi, dentro una cornice atemporale perché come in Inghilterra, anche nella terra del leone rampante si respira il profumo del manoscritto calcistico, anche se con tutti i limiti di uno sport che stenta ad esplodere in competizioni internazionali.
Da un lato “Tannedice Park”, dimora del Dundee United, dall’altro il “The Dens” dei Dundee FC. Diametralmente al derby per eccellenza tra Rangers e Celtic, esiste infatti un’altra stracittadina tra “The Terrors” e “The Dees”.
Lungo il perimetro dei neroarancio insegue il caso Andrew Robertson, classe ’94, che nel 2013, dopo parentesi sfortunate in altri club, viene acquistato dal Dundee United e gioca una delle sue migliori annate. Verrà chiamato in Premier League dall’Hull City solo dopo l’attraversamento del vortice perenne di una carriera che stentava a decollare. Il difensore scozzese, convinto di essere figlio di un dio minore, di colpo si scopre figlio di un universo infinito e meno ostile.
Robertson prima dell’approdo a Dundee nutriva forti dubbi sulla propria carriera da professionista tanto da arrivare a scrivere sui social quanto la vita fosse amara senza un soldo in tasca. Il suo costante girovagare per i territori selvaggi della Scozia lo relegavano ad uno dei più primitivi dubbi esistenziali.
Le manifestazioni pauperistiche erano all’ordine del giorno: la carriera da calciatori in fondo non aveva effettuato un salto di qualità, stavolta il confine era più netto tra desiderio e realtà. Un mondo migliore. Il difensore all’Hull City rimane circa per tre anni collezionando 115 presenze, viene convocato in nazionale e si immedesima nel destino dei “The Tigers” che nel giro di un anno passano dalla massima competizione inglese alla Championship. Un intreccio pur sempre diverso da quello vissuto ad appena diciotto anni al Queen's Park Rangers in terza categoria.
Nel sale dell’ottimismo rimane la fulgida immagine di un riscatto personale e che arriva soltanto dall’arcangelo Jurgen Klopp a Liverpool.
Le speranze dentro questa storia si rivelano propositive. Robertson entra a far parte di un’altra galassia, quella più trasparente nel panorama del calcio inglese.
Il tecnico ex Borussia Dortmund crede fortemente nelle potenzialità del terzino tanto che lo investe della carica di titolarità inamovibile per quella corsia. I tifosi dei Reds tramutano lo scozzese da locusta a libellula e lo consacrano nel momento topico della stagione, quando il Liverpool approda in finale di Champions League. Il ragazzo di Glaglow attraversa l’Eden in un battito di ciglia. Quel Robertson adesso giocherà una delle competizioni sportive più importanti al mondo e potrebbe “rischiare” anche di vincerla. Come i gatti, anche lui sembra non avere la paura di scivolare giù perché è successo tante volte e altrettante si è rialzato più forte di prima.
In un’interpretazione strettamente idealista e al confine con la realtà, la vita in tal senso appare proprio senza fine perché, come Nietzsche suggerisce, ogni suo attimo torna.
Redazione