Ecco perché all'Italia non servono le seconde squadre

I club potranno inserire le formazioni giovanili nelle competizioni professionistiche

Ecco perché all'Italia non servono le seconde squadre

Una delle tendenze tipiche del calcio italiano dell’era moderna, da troppo tempo in una crisi che ha raggiunto il suo drammatico apice in questa stagione, è quella di attuare, con risultati modesti, quelle che sono le peculiarità tecniche e strutturali ritenute virtuose dei movimenti calcistici che al contrario si trovano in cima. La scelta, annunciata dal sub-commissario della F.I.G.C. Alessandro Costacurta, di introdurre le seconde squadre all’interno delle leghe professionistiche come rimpiazzo delle società economicamente inadempienti, a parer di chi scrive, va esattamente in questa direzione.

 

Le squadre B (per quanto esistenti con nomenclature diverse anche in altri campionati come quello tedesco e olandese) sono un tratto connotativo del sistema calcistico spagnolo. Tecnicamente parlando rappresentano il vertice della formazione calcistica anche se sovente accade che vengano implementate con giocatori già formati di categoria.

A differenza però di quanto accade da noi come in altre leghe, non si affrontano in un campionato a parte ma sono inserite all’interno delle competizioni federali dove possono militare fino al livello immediatamente inferiore a quello della loro società, all’interno di un sistema che, se non appositamente studiato per questo, sicuramente si presta in particolar modo alla situazione.

 

In Spagna infatti le leghe professionistiche sono solamente due, la Liga e la volgarmente detta Segunda Division. Già dalla terza serie si passa ad un regime semiprofessionistico con quattro gironi divisi in macroaree da 24 squadre per un totale di 96 compagini, fino ad arrivare a tornei su base puramente regionale in cui il numero di campionati e club si moltiplica esponenzialmente. È chiaro dunque che con questa struttura non solo ci sia lo spazio per inserire le seconde squadre ma che la loro presenza si renda quasi necessaria su tutti i livelli. La struttura dei campionati italiani, diversa e molto più compressa a livello numerico, rende la cosa decisamente più complicata: di fatto si andrebbe a togliere spazio a realtà espressione anche di piazze importanti. Aldilà di questo, e assurdo per quanto possa sembrare alla luce delle evidenze degli ultimi dieci anni, in teoria il modello spagnolo non è necessariamente migliore di quello italiano.

 

Argomentando a livello semantico, il settore giovanile spagnolo è conosciuto con l’ormai inflazionatissimo nome di “Cantera” che significa letteralmente cava: il concetto che sta alla base è quello di prendere del materiale grezzo e di formarlo in base ad una propria filosofia e in tal senso il Barcellona (che sforna palleggiatori a iosa) è l’esempio più illustre.

In Italia invece si parla di vivaio, ovvero il posto in cui le cose crescono e maturano.

Sulla carta l’immagine del vivaio per un giovane è sicuramente più rassicurante e adatta rispetto a quella della cava: a fare la differenza non è tanto il sistema di riferimento o la possibilità di giocare campionati professionistici, ma la mentalità.

 

Mentre in Spagna ti formano tecnicamente in base ad un’idea nella convinzione che seguendola si possa raggiungere una vittoria che rappresenta l’apice di un percorso, in Italia da un po’ di anni a questa parte e a dispetto di una tradizione storicamente virtuosa, si è affermato a livello giovanile il concetto del vincere a ogni costo. Il risultato, nefasto, è che (al netto di qualche eccezione) oggi le squadre giovanili non vengono formate partendo da lunghi percorsi basati sui fondamentali, ma concepite e costruite esattamente come se fossero delle prime squadre, con tanto di acquisti dall’estero di giocatori che magari hanno alle spalle già diverse partite da professionisti. Nella congiuntura tecnica sfavorevole del calcio italiano questo particolare non è da sottovalutare: probabilmente anzi è quello che fa la differenza.

 

Per riprendersi sotto il profilo formativo l’Italia non ha bisogno delle squadre B: queste finirebbero per svilire ulteriormente la Serie C e i campionati locali col rischio persino di diventare un parcheggio per giocatori fuori rosa e/o a scadenza di contratto. Piuttosto che scimmiottare le idee altrui sarebbe meglio ripartire da quelle basi tecniche e umane che avevano reso la scuola calcistica italiana tra le migliori al mondo, pensando che nella fase formativa la vittoria deve essere la conseguenza di una crescita e non di un lavoro in sede di mercato.