Di Donato: «L'aquila tornerà a volare»
Daniele Di Donato e la sua partita del cuore
Autentica bandiera dei tifosi rosanero, Daniele di Donato arrivò a Palermo nel 2000, la squadra militava ancora in C1, il Presidente era Franco Sensi, il Direttore Sportivo Giorgio Perinetti. Fu l’anno della promozione in B, vissuto intensamente. Capitano del Palermo, Di Donato vestì la maglia rosanero per quattro stagioni, legandosi profondamente alla città e alla gente. Un grande amore che non si è mai spezzato, a testimonianza che i veri valori nel calcio esistono ancora.
Daniele Di Donato
«Sono due le partite del cuore, la prima è quella contro l’Ascoli (12 maggio 2001), quella della promozione dalla C alla B. Noi dovevamo vincere in casa ed il Messina capolista non doveva vincere con l’Avellino. Eravamo al secondo posto e la settimana che precedette la gara fu vissuta in maniera molto intensa, ricordo che non si dormiva, io cercavo di analizzare il tutto per vedere come sarebbe stata la vittoria. Alla fine le cose andarono nel migliore dei modi, noi vincemmo, il Messina al ’90 si mangiò un rigore e la bolgia della Favorita, piena in ogni angolino, felice ed esultante, fu un momento bellissimo ed emozionante. Nei giorni precedenti la gara, avevamo vissuto quasi in simbiosi con i tifosi rosanero, sentivamo tutto il loro affetto, ma anche la paura di non farcela, eravamo stati davanti per tutto il campionato, nelle ultime due partite però ci eravamo ritrovati dietro al Messina che aveva gli scontri diretti a favore e quindi dovevamo arrivare per forza primi.
Ricordo che un giorno ci eravamo ritrovati in un baretto di Mondello io, Cappioli e Bombardini e parlavamo delle nostre paure di non farcela, si parlavamo tanto e l’ansia e l’adrenalina era altissima, ma alla fine il nostro sogno si è avverato. Quel pomeriggio allo stadio è stato stupendo: la Favorita era piena, stracolma, verso la fine della gara il patema d’animo, quando assegnarono il rigore al Messina, l’errore di Torino dal dischetto, il capovolgimento di fronte e il gol dell’Avellino è stato un qualcosa di unico, perché la squadra e la gente diventammo una cosa sola. Noi ci eravamo fermati in campo per aspettare il rigore, attimi di silenzio e poi il boato liberatorio, siamo stati per davvero un tutt’uno noi e i tifosi rosanero.
L’altra partita è stata Palermo-Triestina, la promozione in serie A, quella è stata una cavalcata trionfale. La differenza di emozioni è stata che contro l’Ascoli c’era la paura di non farcela, contro la Triestina c’era la consapevolezza che eravamo forti, che avremmo vinto e che sarebbe stata la gara della certezza matematica. Ricordo il tragitto dall’albergo al Barbera stadio, eravamo carichi a pallettoni. Entrammo, quello stadio così colmo! Avevamo già vinto!
Sono stati anni in cui lo stadio era sempre pieno, contro l’Ascoli la gente stava in piedi, non c’era più posto, ma non solo in quella partita, anche l’anno prima contro il Verona. Ho avuto la fortuna di giocare quando si era un tutt’uno, squadra, società e tifosi.
Spero che torni di nuovo quell’entusiasmo e voglio dire ai tifosi rosanero che dopo una salita c’è sempre una discesa, per forza, il Palermo è sempre risorto dalle sue ceneri. So che in questo momento si fa fatica a vedere qualcosa di positivo, però non bisogna mollare mai. Me l’hanno insegnato loro, i tifosi del Palermo; l’aquila tornerà a volare, si può ferire, ma poi ritornerà di nuovo a volare alta su nel cielo.»
Redazione