Palermo ed il Palermo: anime che fanno a pugni

Palermo ed il Palermo: anime che fanno a pugni

Non resta che raschiare il fondo del barile alla ricerca di cause e responsabili ancora sconosciuti.
Perché la sensazione, forse ingenua, è che un disastro di tali proporzioni non si possa spiegare soltanto con tutto ciò che è già evidente, che ci siano radici più profonde e intime.

La valutazione rotonda dopo quasi mezzo campionato è una precoce ma obbligata bandiera bianca: il Palermo di Dionisi e De Sanctis è incompleto, immaturo, senza un cuoreun'identità, incompiuto, avulso dal contesto di straordinaria passione della piazza che lo circonda.

Palermo ed il Palermo camminano su binari diversi.
Non è soltanto la vittoria, la classifica, i risultati.
Sono anime che fanno a pugni: quella del CFG, riflessiva, silenziosa, austera, impenetrabile; quella della città, anima perennemente inquieta, storicamente insoddisfatta, in un perpetuo genetico movimento fermo. Così monta la lotta, si inasprisce il conflitto, si amplia un centimetro alla volta una spaccatura sempre meno superficiale, sempre più profonda e inguaribile.
Un cortocircuito, una manifesta incoerenza tra la sconfitta urlata e la spiegazione taciuta.

Il dubbio così avanza e guadagna metri nella metà campo delle certezze smarrite: che i ragazzi investiti della responsabilità rosa non abbiano gli strumenti per riconoscerne il valore, che stiano comodi su una bambagia dorata che sputa via tutto ciò che assorbe; che chi li guida, in campo e in ufficio, possa adagiarsi su un credito senza una fine dichiarata; che le redini siano usurate tanto da non trasmettere più i comandi; che tra Viale del Fante e la città oggi ci sia una Manica da attraversare.
Secca e dritta, alla fine, l'impressione che il sarto inglese abbia cucito su tutti una divisa mentale fuori misura. “Sbirsati”: così si dice da qualche parte in Sicilia. Vestiti male, in disordine. Questo arriva, oltre ogni buona intenzione dichiarata a favor di camera da chi rincorre un pallone senza raggiungerlo mai, in un perenne fuorigioco.

Ne scriveva Arpino riuscendo a fermare il tempo, decenni fa esattamente come oggi:
A questo sport io mi sottraggo, e nemmeno lo guardo. Giocatori che si mettono a correre solo se sono inquadrati da un regista durante le "notturne" di coppa, gente che si vende per un gelato o un frigorifero, altra gente che non si sacrifica per scudetti o traguardi, ma per usare scudetti e traguardi a fini monetari, non sono i "miei" sportivi. Li ho salutati senza rancore, e non possiamo più rivolgerci un fraterno tu, ma un vecchio e più pulito lei”.

È un “lei” che va perdendo cordialità. Società, dirigenza, allenatore, staff, giocatori: l'impresa è innanzitutto tornare a darci del “tu”.