Il calcio audace di De Zerbi: «Non mi vergogno di ciò che faccio»

L'ex tecnico del Palermo, oggi sulla panchina del Benevento, si racconta a La Gazzetta dello Sport

Il calcio audace di De Zerbi: «Non mi vergogno di ciò che faccio»

Intervistato da La Gazzetta dello Sport, l'ex tecnico del Palermo Roberto De Zerbi, oggi sulla panchina del Benevento, si racconta.

 

Se gli acquisti a gennaio fossero arrivati in estate, le possibilità di salvezza sarebbero aumentate? L'ex allenatore del Palermo risponde:

«È tutto da dimostrare, però sarebbe cambiato tanto, considerati i rinforzi arrivati – afferma l'ex calciatore del Catania – Gli allenatori incidono su un gruppo, ma dipendono dalla qualità dei calciatori. Abbiamo preso giocatori di esperienza e di notevole livello morale, sono fiero di loro. Certo, poi, bisogna formare un tutt’uno con aspetto tattico e temperamentale. Ho rilevato un Benevento che aveva paura di vincere. Ho cercato soprattutto di trasmettere coraggio. A Foggia puntavamo sul mercato giocatori che sapessero che il pallone ha “temperature” differenti: sì, in certi stadi scotta di più».

 

Un’organizzazione audace quella che De Zerbi prova a dare alle sue squadre, un'idea di calcio che vede partire la costruzione di gioco dai centrali difensivi.

«Rispetto le idee dei miei colleghi, però, non mi vergogno di quello che faccio. Ricerco un calcio equilibrato, con modalità difensive non tradizionali. Facendo partire il gioco dal basso, i vantaggi sono maggiori: se hai qualità lì davanti, la palla gliela devi fare arrivare “pulita” e non alta e sporca».

 

Il Benevento, però, ha incassato 73 gol e al momento ha la peggior difesa della Serie A. 

«Cerco di poggiare più sul reparto. E, costruendo da dietro, prendiamo campo in maniera graduale, in modo che la squadra salga di blocco».

 

Si fa spesso il paragone tra il calcio di De Zerbi e quello di Zeman.

«Zeman è un grande maestro, la sua conoscenza di calcio resta unica. Ma, rispetto alla mia idea, il suo gioco è più verticale ed è codificato. Io preferisco far tenere quanto più è possibile la palla tra i piedi dei miei calciatori. Io e Zeman siamo agli opposti. Tento di capire quale è la strada migliore per arrivare al risultato. Ma non sono certo il depositario della verità».

 

«Ero un rompipalle da calciatore e lo sono, ancor di più, da allenatore – prosegue De Zerbi – Se fossi un calciatore, non vorrei un tecnico come De Zerbi. Non vedevo l’ora di smettere di giocare, per cominciare ad allenare e spiegare il mio calcio. Non mi vedrei senza calcio. Il confronto con giocatori navigati come Sagna e Sandro mi arricchisce sempre più: mi stanno insegnando tanto».

 

Talento e tecnica: due aspetti del calcio a Benevento si possono coniugare?

«Il talento non si allena; sulla tecnica lavoro tantissimo. E ammetto che, a volte, noi allenatori buttiamo il talento nel cestino. Curo il controllo palla e la postura, fondamentale soprattutto per la ricezione del pallone. Poi, però conta solo il risultato. Il mio Benevento ne ha conquistati pochi. Magari anche perché non ha avuto la cattiveria giusta. Mi dà fastidio sentir dire che sei bello ma hai le ballerine ai piedi».

 

Modelli da seguire?

«Guardiola, che è di un’altra categoria, il più geniale: il Bayern del suo secondo anno è stata la massima espressione di calcio, in assoluto. E poi Bielsa, Gasperini, Tuchel, Luis Enrique, Paulo Sousa, che ho votato per la “Panchina d’oro”, Spalletti, Sarri e Giampaolo ma anche Favre, Schimdt e Nagelsmann. Come squadra, il Napoli sta proponendo il gioco più bello degli ultimi anni».

 

Da due anni, tra Palermo e Benevento, De Zerbi allena in Serie A. Ma i risultati tardano ad arrivare:

«A Foggia ho perso la finale per la B. Arrivai che c’erano 3.000 spettatori allo “Zaccheria”; vinta la Coppa Italia, nella finale playoff col Pisa, dopo aver sbagliato la gara d’andata, avevamo 30.000 persone allo stadio e 70.000 richieste di biglietti. Di Allegri non si dice che ha perso le finali. E Sarri, se arriva secondo dopo aver lottato sino in fondo con la Juve, per me, è come se avesse vinto».