Una foto del 1976 lo ritrae con la maglia del Perugia; un volto intorpidito e sfaticato che a mala pena si lascia immortale. Walter Sabatini non ha mai avuto problemi a dire più volte che da calciatore ostentava un carattere indisciplinato e scioperante, un poeta maledetto in cerca di leggere l'ignoto squarciandolo, per appassionarsene interamente. Da grezzo atleto arriva persino alla Roma di Di Bartolomei, quella che lui definirà come "la più grande illusione". Da allenatore cade troppe volte, all'esordio ad Arezzo con il caso Fusini. Correva il 1999 quando il procuratore, "croce e delizia" del calcio, aveva già preso il vizio di scovare giovani talenti, disseminati per le singole vie continentali. Tesserato l'ivoriano Fusini, Sabatini venne accusato di fare un mercato di bambini, vista la verde età dell'africano.Durante gli anni di squalifica, studia a Coverciano per diventare direttore sportivo. Scontata la pena, lo attendono i due leoni di piazza S. Marco: Lotito e Zamparini. Approdi non semplici, ma Sabatini, che dimenticata quella foto, si rende operoso soprattutto ai rosaneri: Kjaer, Hernandez, Pastore, con Cavani e Balzaretti.
Arriva infine la Roma, quella squadra che obbliga ad avere un'idea precisa, un progetto di base, un riferimento nell'intreccio di luci e ombre. Sabatini esorcizza il senso di impotenza, ricostruisce le emozioni di un tifo disperso. Il primo anno va più che bene, poi di colpo il curriculum cede sotto la fiamma degli acquisti sbagliati: Doumbia, Iturbe, Ibarbo rigettano il perugino nel nulla. Ammette le colpe successivamente e cerca di riparare dando alla società Edin Dzeko, Salah, El Sharawy, Perotti, Falque. Il bosniaco non vale quanto gli altri giovani e freschi che corrono come cavalli pazzi. Sabatini, da profeta non gradito in patria prepara le valigie per andar via il 30 Giugno, data in cui scade il suo contratto. Dopo il capitombolo, ci sarà sempre la rinascita?