Palermo, le grandi squadre cadono ma sanno come rialzarsi
di Giulia Bagnasco
Il Palermo cade a Pescara dopo quattordici risultati utili consecutivi e lo fa nel momento in cui avrebbe potuto dare un segnale fortissimo al campionato. Le sconfitte fanno parte del percorso, ma alcune pesano più di altre. I risultati delle squadre davanti (Venezia e Frosinone fermate sul pari) avevano riaperto uno spiraglio importante: vincere avrebbe significato accorciare fino a tre punti dalla vetta. Un’occasione concreta, tangibile. Ed è proprio quando il traguardo sembra avvicinarsi che il Palermo, ciclicamente, sembra frenarsi da solo.
Qualche giorno prima del match dell'Adriatico il tecnico rosanero Filippo Inzaghi aveva evocato un ricordo personale: anni fa, proprio su questo campo, il suo Benevento lanciato verso la promozione incassò una delle rarissime sconfitte stagionali, un passaggio a vuoto inatteso in una marcia quasi impeccabile. Un episodio trasformato in lezione. Un monito a non abbassare la soglia dell’attenzione. Eppure a Pescara si è visto un Palermo meno sicuro di sé. Non tanto superficiale, quanto meno lucido nelle scelte, meno determinato negli ultimi metri, più fragile nelle letture difensive. Una squadra che, invece di aggredire la partita, l’ha vissuta a tratti con esitazione. Il Pescara, libero mentalmente, ha giocato senza calcoli. Ultimo in classifica, con poco da perdere, ha trovato coraggio e intensità, trascinato anche dal rientro di Lorenzo Insigne, che ha dato qualità e fiducia a tutto l’ambiente. Il Palermo invece si è smarrito nei dettagli, ha gestito il pallone senza incidere, ha perso equilibrio anche per l’assenza di Bani, leader difensivo e riferimento emotivo prima ancora che tattico. Senza di lui, il reparto è apparso meno compatto e l’insicurezza si è trasmessa progressivamente al resto della squadra.
C’è poi un dato che merita attenzione: 18 punti lontano dal “Barbera” sono pochi per una squadra che ambisce alla promozione diretta. E proprio quando le avversarie rallentano e la vetta si avvicina, emerge una fragilità che ha il sapore di un autosabotaggio. È possibile che il Palermo non si senta meritevole del podio? Forse è una lettura eccessiva, ma la sensazione è che la squadra di Inzaghi, nei momenti in cui potrebbe sentirsi davvero grande, fatichi ad abitare quella dimensione con naturalezza.
Domani arriva il Mantova, altra squadra della parte bassa della classifica, altra formazione affamata di punti. Non ci sarà tempo per rimuginare, ed è probabilmente la notizia migliore. Si torna al “Barbera”, dove il Palermo ritrova identità e spinta, ma non può essere l’unica risposta. La vera crescita passa dalla capacità di trasformare una battuta d’arresto in apprendimento immediato. Le grandi squadre non si riconoscono dall’assenza di cadute, ma dalla qualità della reazione: se la mentalità vincente di cui parla Inzaghi è davvero diventata patrimonio del gruppo, questa sconfitta potrà essere solo una tappa. Un richiamo, non un segnale.
Le sconfitte non definiscono una squadra, ma ne misurano la consapevolezza. Questa può essere un limite oppure l’inizio di qualcosa di più grande. Dipende da come la si attraversa. E il Palermo, adesso, deve attraversarla di corsa.
Redazione