D10s si è ripreso la sua mano

D10s si è ripreso la sua mano

“E Careca fa marcia indietro…”
Il titolo che lessi anni fa, in una vecchia pagina di un giornale abbandonato in un sottopassaggio di Palermo, attirò subito la mia attenzione. La osservai senza toccarla e scorgevo tanti altri dettagli come la data, 1990, e “Aspettando Italia 90” come cappello in alto della sezione sportiva, poi lessi quel nome.

 

Forse era un segno del destino che trovassi quella pagina abbandonata. Mi ha portato inconsapevolmente indietro in un passato che non ho mai vissuto ma era come se fosse mio. Mi ha fatto pensare che forse il passato del pallone poteva darmi più del semplice salto a ritroso di magliette sempre più vintage e colori sempre più sbiaditi. Il mio essere nostalgico del pallone è nato con una pagina di giornale abbandonata e con Diego Armando Maradona.

 

Cosa rappresenti Maradona per il mondo del calcio non si potrebbe spiegare in un libro, forse neanche in un’enciclopedia. Provo a farlo in poche parole io, che ho la fortuna di poter scrivere e parlare di quel pallone che amo come poche cose al mondo e che, con un vuoto nel petto, sento di aver perso qualcosa di grande.
Un pezzo di quel calcio che, come una macchina del tempo, mi porta indietro a rivivere qualcosa vissuto da altri se n’é andato, così come è andato via un pezzo di questo fanatico di storia del calcio che si è nutrito di pane e pallone partendo proprio da lui, dal migliore di tutti.

 

Potrei parlare di come, grazie a lui, si è consolidato il mito della maglia numero dieci, simbolo del genio e della magia di questo sport, nato con un’altra leggenda chiamata Pelè. O di come sia diventato l’idolo di un’intera nazione e la divinità di un popolo, quello napoletano, il cui amore per il calcio è diventato una religione grazie a lui.

 

Ma riflettendoci meglio l’unico modo per spiegare il legame fra Maradona e il calcio è usare le parole di un telecronista, Victor Hugo Morales.

Nessun’altra parola avrebbe lo stesso effetto perché questa è stata la reazione spontanea e naturale, come un epitaffio d’amore scolpito per durare nei secoli, di quello che poi fu chiamato il “gol del secolo”:

Voglio piangere, Dio Santo. Viva el fútbol. (…) C’è da piangere, scusatemi. (…) Aquilone Cosmico! Ma da quale pianeta sei venuto?“

 

Questo era quello che Diego dava a chi ha avuto il privilegio di vederlo, ma chi come me non l’ha visto sa che le sue gesta rimarranno immortali così come lo sarà questo che è molto più di uno sport. Ci è voluto un secolo per dare al mondo del pallone il più forte di tutti i tempi, un attimo per portarlo via.

 

Diòs si è ripreso la sua mano.
Ciao Diego.